Conferenza – La speranza nella vita religiosa (traccia)

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Conferenza – La speranza nella vita religiosa (traccia)

Incontro con l’USMI regionale

Sestri Levante. Opera Madonnina del Grappa.

 

Introduzione
Il tema della speranza è di grande attualità nella Chiesa di oggi.
Si pensi al prossimo Convegno ecclesiale Nazionale di Verona dal 16 al 10 ottobre prossimi: “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”.
Si tratta evidentemente di un aspetto importante per il mondo di oggi, e colto come tale dal discernimento operato dalla Chiesa.
Noi ci collochiamo in questo nostro tempo, del quale ci sentiamo pienamente figli e, dunque, bisognosi di speranza: per ritrovarla in Cristo risorto e nella Chiesa, per portarla al mondo (destinatari e protagonisti).

Propongo un circolo virtuoso di riflessione e di vita: la speranza è radicata nella fede ed è sostenuta dalla carità

LA SPERANZA E’ RADICATA NELLA FEDE

Questo significa ritornare a considerare la nostra identità nella luce della fede e, dunque, del disegno di Dio su di noi. Per dire di nuovo: come è bello ciò che tu hai pensato per me! come è bella la mia chiamata!
Il Concilio Vaticano II, nel pensiero di Giovanni XXIII dove rispondere e di fatto rispose alla domanda: “Chiesa di Cristo, che cosa dici di te stessa? Come ti presenti al mondo?”.
In questa linea è necessario che ogni Istituto Religioso, lungo il cammino della propria storia, si ponga e si riponga la domanda: “Chi sei tu, nella Chiesa e nel mondo?”.
Giustamente tante volte è stato ribadito che la vita religiosa vale non per quello che fa, ma per quello che è. Ritrovare e rinnovare la gioia stupita per questo “che è”.

Ritrovare la propria identità
– Il can. 574 § 1 del CIC, riprendendo la dottrina conciliare di LG 44, afferma che lo stato religioso “appartiene alla vita e alla santità della Chiesa”.
La LG 44 ne fornisce la ragione: “La consacrazione sarà tanto più perfetta quanto più è rappresentato Cristo indissolubilmente unito alla Chiesa sua sposa”.
Per questo il can. 607 § 1 dichiara che “la vita religiosa in quanto consacrazione di tutta la persona, manifesta nella Chiesa il mirabile connubio istituito da Dio…” E Giovanni Paolo II diceva: “Senza gli ordini religiosi, senza la vita consacrata la Chiesa non sarebbe pienamente se stessa”.

Il connubio tra Cristo e la Chiesa esige che questa sia il più possibile simile al suo sposo, ne esprima in forma viva l’immagine nella misura il più possibile fedele nei diversi lineamenti.
Per questo il Concilio Vaticano II chiede che i religiosi “pongano ogni cura, affinché per loro mezzo la Chiesa abbia ogni giorno da presentare meglio Cristo ai fedeli e agli infedeli nei suoi vari atteggiamenti e ministeri” (LG 46).
La dottrina conciliare è ripresa dal can. 577: “Nella Chiesa sono moltissimi gli istituti di vita consacrata che hanno differenti doni secondo la grazia che è stata loro concessa: essi, infatti, seguono più da vicino Cristo che prega, che annuncia il Regno di Dio, che fa del bene agli uomini o ne condivide la vita nel mondo, ma sempre compie la volontà del Padre”.

La vita del religioso come catechesi vivente di Cristo. “Non dimenticate che voi, in modo particolarissimo, potete e dovete dire che non solo siete di Cristo, ma che siete divenuti Cristo!” (VC, 109).
– La specifica vocazione del religioso si colloca nel battesimo, come maturazione più piena della grazia battesimale. L’identità del religioso non si colloca come parallela o aggiunta all’identità del cristiano ma la specifica.
Dato che la ricchezza di Cristo è inesauribile, ogni religioso è chiamato a esprimerla in maniera personale, realizzando determinati aspetti secondo l’ispirazione dello Spirito ai fondatori. Entrano poi in gioco le mediazioni umane: la Chiesa, i superiori, la comunità, le consorelle, la persona stessa.
Torniamo per u momento alle origini. Atanasio chiama Antonio “uomo di Dio”
E’ il capostipite della vita monastica e religiosa.
Si coglie nella definizione l’idea della radicalità, radicalizzazione della vita battesimale, richiamo esemplare per tutti i cristiani.
La vita religiosa appartiene alla vita e alla santità della Chiesa, nella misura in cui rimane in questa “misura alta”. Ma se non è più una voce che grida?
In questo sta la sua perenne attualità, da comporre con l’inevitabile trasformazione. Adattamento ai tempi? O non piuttosto adattamento alla voce dello Spirito che indica ciò che è più urgente per il tempo presente in ordine a Dio?
Nicola Cabasilas, autore bizantino del XIV secolo, indicando come fosse un uso antico quello di raccontare le cose esortando per mezzo di gesti, racconta l’apoftegma di un anziano al quale era stato chiesto che cosa fosse un monaco. L’anziano non rispose niente, ma si spogliò del suo mantello e si mise a calpestarlo (Commento alla divina liturgia, VI, 3-6). Il religioso è questo simbolo, chiamato a ricordare a tutti la radicalità della vita cristiana.

– Il can. 607, nei suoi due paragrafi, dice bene alcuni altri elementi specifici dell’identità religiosa, quali risultante del connubio con Cristo.

  • 1: “La vita religiosa, in quanto consacrazione di tutta la persona, manifesta nella Chiesa il mirabile connubio istituito da Dio, segno della vita futura. In tal modo il religioso porta a compimento la sua totale donazione come sacrificio offerto a Dio, e con questo l’intera sua esistenza diviene un ininterrotto culto a Dio nella carità”
  • 2: “L’istituto religioso è una società i cui membri, secondo il diritto proprio, emettono i voti pubblici, perpetui oppure temporanei da rinnovarsi alla scadenza, e conducono vita fraterna in comunità”.
  • 3: La testimonianza pubblica che i religiosi sono tenuti a rendere a Cristo e alla Chiesa comporta quella separazione dal mondo che è propria dell’indole e della finalità di ciascun istituto”.

consacrazione di tutta la persona
annunzia la vita futura
trasforma tutta l’esistenza in atto di culto nell’esercizio
continuo della carità verso Dio e i fratelli
i voti
la vita fraterna in comune
la testimonianza pubblica
la separazione dal mondo

– I consigli evangelici come grazia prima che come impegno.
Vita consecrata ai nn. 19-20-21: il cammino per diventare persone cristiformi, un cammino nella bellezza di Dio. E’ vero che la persona consacrata è segno della bellezza di Dio nel mondo, ma prima è destinataria di questa bellezza.
La castità, in quanto manifestazione di dedizione a Dio con cuore indiviso come segno dell’amore infinito in Dio.
La povertà, con la quale si confessa che Dio è l’unica vera ricchezza, diventa espressione del dono totale di sé che si fanno  le Tre Persone divine.
L’obbedienza, nella quale si dona la propria volontà al Signore, riflette la totale dipendenza filiale di Gesù al Padre.

– Vi sono anche elencati, al can. 578, gli elementi specifici dell’istituto di appartenenza.
“L’intendimento e i progetti dei fondatori, sanciti dalla competente autorità della Chiesa, relativamente alla natura, al fine, allo spirito e all’indole dell’istituto, nonché le sue tradizioni, cose tutte che costituiscono il patrimonio dell’istituto, devono essere da tutti fedelmente custoditi”.

In questo senso si consideri l’importanza delle fonti: vita e parole dei fondatori, regole e norme da loro tracciate, scritti in cui sono stati raccolti e delineati gli elementi portanti dell’istituto.
– E’ molto interessante che il discorso sulla fedeltà creativa al carisma venga fatto nel contesto del tema della chiamata alla santità e nel richiamo al silenzio dell’adorazione davanti all’infinita trascendenza di Dio. Perché il tempo del Capitolo -preparazione e realizzazione- è anche un tempo di più grande preghiera? Proprio per questo: che cosa Dio chiede a noi oggi?

– Ritorniamo per u momento all’appartenenza alla vita e alla santità della Chiesa come aspetto qualificante la vita religiosa. Questo vuol dire che è necessario considerare il proprio cammino storico come pienamente inserito nella vita della Chiesa del proprio tempo: l’istituto deve esprimere la vita e la santità della Chiesa nell’oggi e darvi un suo contributo insostituibile. Vivere dunque in ascolto della Chiesa.

LA SPERANZA E’ SOSTENUTA DALL’AMORE

– Nel momento in cui abbiamo ritrovato con gioia la nostra identità in uno sguardo di fede, ritroviamo anche l’esperienza inebriante dell’amore di Dio per noi.
Questo amore si è manifestato in modo stupendo nella chiamata degli inizi e tante volte lo abbiamo ritrovato nelle molteplici chiamate della vita. Eppure abbiamo bisogno di ritrovarlo. Ci ha amato e ci ama per primi. Nella riscoperta dell’identità riscopriamo anche l’amore di Dio.

Un brano molto bello dell’enciclica di Benedetto XIV:
“Nessuno ha mai visto Dio – come potremmo amarlo?…In effetti nessuno ha mai visto Dio così come egli è in se stesso. E tuttavia Dio non è per noi totalmente invisibile, non è rimasto per noi semplicemente inaccessibile. Dio ci ha amati per primo…e questo amore di Dio è apparso in mezzo a noi…Dio si è fatto visibile: in Gesù noi possiamo vedere il Padre. Di fatto esiste una molteplice visibilità di Dio. Nella storia d’amore che la Bibbia ci racconta, Egli ci viene incontro, cerca di conquistarci – fino all’ultima cena, fino al cuore trafitto sulla croce, fino alle apparizioni del risorto e alle grandi opere mediante le quali il Egli, attraverso l’azione degli apostoli, ha guidato il cammino della Chiesa nascente. Anche nella successiva storia della Chiesa il Signore non è rimasto assente: sempre di nuovo ci viene incontro – attraverso uomini nei quali Egli traspare; attraverso la sua Parola, nei sacramenti, specialmente nell’Eucaristia. Nella liturgia della Chiesa, nella sua preghiera, nella comunità viva dei credenti, noi sperimentiamo l’amore di Dio, percepiamo la sua presenza e impariamo a questo modo a riconoscerla nel nostro quotidiano. Egli per primo ci ha amati e continua ad amarci per primo; per questo anche noi possiamo rispondere all’amore” (Deus caritas est, nn. 16-17).

L’amore di Dio non è qualcosa di astratto e impalpabile, ma qualcosa di estremamente concreto con il quale incontrarsi ogni giorno, con il quale ci siamo incontrati al momento della chiamata e con il quale ci incontriamo ogni giorno della nostra vita, proprio nella realtà della speciale chiamata.
E questa esperienza sostiene la nostra speranza.
– Ma è chiaro: l’amore deve essere continuamente riscaldato e accesso dall’incontro con questo amore, dalla limpidezza del nostro guardo di fede su ciò che siamo.
E qui si apre lo spazio della nostra vita personale. Ci sarà anche da fare il discorso della vita comunitaria che è chiamata a sostenere quella personale. Ma in questa sede ci fermiamo un momento su quella personale.
quale è la qualità della preghiera? Si prega?
quale è la qualità della confessione frequente?
quale è la qualità della direzione spirituale?
quale è la qualità della formazione permanente?

– In verità il problema della speranza non sta nella crisi delle vocazioni, né nelle difficoltà concrete nelle quali viviamo la nostra vita di consacrazione e neppure nelle paure di vario genere che attraversano la nostra vita.
Il problema della speranza sta nella vitalità dell’amore di Dio, vissuto con fedeltà, e nella consapevolezza gioiosa e di fede della propria chiamata.
“Le nuove situazioni di scarsità vanno perciò affrontate con la serenità di chi sa che a ciascuno è richiesto non tanto il successo, quanto l’impegno della fedeltà. Ciò che si deve assolutamente evitare è la vera sconfitta della vita consacrata, che non sta nel declino numerico, ma nel venir meno dell’adesione spirituale al Signore e alla propria vocazione e missione” (VC, 63).
– “Voi non avete solo una gloriosa storia da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire. Guardate al futuro nel quale lo Spirito vi proietta per fare con voi ancora cose grandi. Fate della vostra vita un’attesa fervida di Cristo, andando incontro a Lui come le vergini sagge che vanno incontro allo Sposo. Siate sempre pronti, fedeli a Cristo, alla Chiesa, al vostro Istituto, all’uomo del nostro tempo” (VC 110).

Ma questi a patto che rimaniamo in quel circolo virtuoso che trova la speranza radicata nella fede e sostenuta dalla carità.