Conferenza – Icone bibliche: dalla trasgressione alla libertà

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Conferenza – Icone bibliche: dalla trasgressione alla libertà

Corso di aggiornamento
“Trasgressione e libertà: il cammino di maturazione nei consigli evangelici”.

Castello di Perletto

 

1. La trasgressione come peccato

Si racconta che al termine del sinodo dei Vescovi dedicato al tema della famiglia, un gruppo ristretto di prelati si trovò a riflettere sui possibili temi del sinodo successivo e si soffermò a considerare le parole con le quali Gesù, all’inizio del vangelo di Marco, riassume il suo messaggio: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al vangelo”. Allora uno dei vescovi presenti si fece pensieroso e disse le seguenti parole: “Ho l’impressione che da tempo abbiamo addirittura dimezzato il messaggio di Gesù qui riassunto”. E aggiunse: “L’odierna predicazione cristiana mi sembra la registrazione di una sinfonia, cui è stata tagliata la parte iniziale col primo tema fondamentale, sicché tutta la sinfonia risulta amputata e il suo andamento incomprensibile”.
Con queste parole il vescovo aveva effettivamente toccato un punto un punto dolente dell’attuale situazione storico-culturale. Il tema del peccato – a questo egli si riferiva – è uno dei temi su cui oggi si tende a fare silenzio. La predicazione religiosa cerca di evitarlo accuratamente. Il teatro e la cinematografia utilizzano il termine in senso ironico o come tema di intrattenimento. La sociologia e la psicologia cercano di smascherarlo come un’illusione o un complesso. Persino il diritto tenta di fare sempre più a meno della nozione di colpa e preferisce servirsi di una terminologia sociologica, che riduce l’idea del bene e del male a un dato statistico e si limita a distinguere tra comportamento normale e deviante. Ciò implica che le proporzioni statistiche possono anche capovolgersi: quel che oggi è la deviazione può un giorno diventare regola; anzi, forse bisogna addirittura tendere a fare della deviazione la norma. In questo modo la nozione di moralità scompare. E ciò è logico, se per l’uomo non esiste alcuna misura a lui preesistente, una misura non escogitata da lui, ma derivante dalla bontà intrinseca del creato.
In questo modo siamo arrivati al nucleo vero e proprio di questo procedimento. L’uomo odierno non conosce alcuna misura, non vuole riconoscerne alcuna, perché vede in essa una minaccia alla propria libertà. E risulta anche chiara la prospettiva nella quale si colloca questa relazione: qui la trasgressione non è considerata nelle sue componenti sociologiche o psicologiche, bensì nella sua dimensione più profonda che è quella della libertà in rapporto al disegno di Dio sull’uomo. Ecco perché parliamo di peccato, di trasgressione come di peccato, ovvero di un cattivo uso della libertà che conduce alla vera schiavitù. Vale la pena ricordare, al riguardo, due autori, uno antico e uno moderno. Il primo, Agostino: “Dove fuggi, schiavo del peccato? Dovunque tu vada, porti te stesso. Hai commesso un peccato per procurarti un piacere. Cattivo commercio! Squallida schiavitù! Il piacere è passato ed è rimasto il rimorso. Non ti rimane che gridare alto nell’aria la tua voglia di libertà e colui che è libero ti libererà” (Commento al Vangelo di Giovanni, 41, 4). Il secondo, Baudelaire: “Colui che trasgredisce rimane legato come il forzato alla catena, come al gioco il giocatore incallito, come alla bottiglia l’ubriaco e come ai vermi la carogna” (I fiori del male, XXXI).
Si diceva che il tema del peccato è diventato un tema rimosso. Proprio in questo sta la tragedia dell’uomo moderno: il peccato è stato rimosso, ma è rimasto. L’uomo può rimuovere la verità ma non eliminarla; e, dunque, si ammala della verità rimossa. Ecco allora uno dei grandi compiti dello Spirito Santo ricordato da Gesù: egli dovrà convincere l’uomo “quanto al peccato” (Gv 16, 8). E’ chiaro che in questo convincere l’uomo ci siamo anche noi, bisognosi di essere convinti. Non si tratta di guastare la vita agli uomini, di comprimerli con divieti e negazioni. Si tratta semplicemente di guidarli alla verità e così di guarirli. L’uomo può divenire sano ( e qui parliamo di una sanità spirituale e morale con evidenti ricadute sul piano della psiche) solo se diviene vero, se smette di rimuovere la verità e di calpestarla.
Risulta abbastanza chiaro che i termini del nostro parlare saranno, quindi: peccato, verità, libertà, schiavitù, conversione, vita spirituale.

2. La grande icona biblica della trasgressione: Gn 3, 1-13; 17-19; 23-24

La trasgressione o il peccato come ricerca di una falsa libertà felice
Il terzo capitolo del libro della Genesi è la grande icona che fa da riferimento al nostro argomentare ed è un frammento bellissimo di questa azione dello Spirito Santo che permea l’intera storia. Egli convince il mondo e noi quanto al peccato non per umiliarci, ma per renderci veri e sani, per redimerci e salvarci.
Questo testo ci parla di una verità che oltrepassa la nostra intelligenza soprattutto con due grandi immagini: quella del giardino, che comprende l’immagine dell’albero, e quella del serpente. Il giardino è l’immagine di un mondo, che non è una foresta selvaggia, un pericolo e una minaccia per l’uomo, ma una patria che lo protegge, lo nutre e lo sorregge. Il giardino è l’espressione di un mondo che porta i tratti dello Spirito, di un mondo che è cresciuto in conformità alla volontà di Colui che lo ha creato. In esso si intrecciano due movimenti. Anzitutto la volontà che l’uomo non saccheggi il mondo, non ne faccia una proprietà privata indipendente dalla volontà di Dio creatore, ma lo riconosca come un suo dono e lo coltivi secondo le finalità per cui è creato. In secondo luogo il fatto che il mondo, considerato in unità con il suo Signore, non è una minaccia, ma un dono, un segno della bontà di Dio.
La figura del serpente è ripresa dai culti orientali della fecondità. Di conseguenza, esso rappresenta anzitutto le religioni della fecondità, che furono per secoli la vera tentazione d’Israele, il pericolo di infrangere l’alleanza e di immergersi nella generale storia religiosa dell’epoca. Attraverso i culti della fecondità il serpente dice all’uomo: “Non attenerti a questo Dio lontano, che non ha nulla da darti; non attenerti a questa alleanza, che è così lontana e ti pone tanti limiti; immergiti nella corrente della vita, nella sua ebbrezza e nella sua estasi, così parteciperai personalmente alla sua realtà e alla sua immortalità”. Il serpente, di conseguenza, diventa anche il simbolo dell’attrazione che quelle religioni esercitavano su Israele a confronto della realtà misteriosa del Dio dell’alleanza: “Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, seducente per gli occhi e attraente per avere saggezza”. Il serpente, da questo punto di vista, si presenta come il principe della trasgressione.
Alla luce della tentazione d’Israele, la Sacra Scrittura presenta la tentazione di Adamo come l’essenza della tentazione e del peccato di tutti i tempi. La tentazione non comincia con la negazione di Dio, con la caduta nell’ateismo dichiarato. Il serpente non nega Dio; comincia piuttosto con una domanda apparentemente del tutto ragionevole, che però contiene un’insinuazione, trascina l’uomo in tale insinuazione e lo fa passare dalla fiducia alla diffidenza: “E’ vero che non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”. All’inizio non c’è la negazione di Dio, ma il sospetto sulla sua alleanza, sulla comunione di fede, di preghiera e dei comandamenti, in cui viviamo in virtù del Dio dell’alleanza. Quando cominciamo a sospettare dell’alleanza, infatti, poco a poco ci ritroviamo diffidenti e troviamo che l’alleanza è un attentato alla vera libertà e, dunque, una catena che ci tiene lontano dalle autentiche promesse della vita. E’ così facile convincere l’uomo che questa alleanza non è un dono, ma l’espressione di un’invidia nei suoi confronti, che l’alleanza lo priva della sua libertà e delle cose più preziose della vita! Tale sospetto sull’alleanza spinge l’uomo a fabbricarsi il suo mondo. In altre parole: esso propone all’uomo di non accettare i limiti del proprio essere, di non considerare i limiti del bene e del male, i limiti della moralità in generale, ma di potersene e doversene semplicemente liberare ignorandoli. Un autore contemporaneo esprime molto bene questa verità: “Lo stesso Agostino ha spiegato con un esempio semplice ma efficace quand’è che il mondo cambia segno e, da realtà positiva, diventa negativa. Uno sposo fabbrica con grande amore un bellissimo anello da regalare alla sposa. Questa però ama l’anello più che lo sposo e, una volta avutolo, neppure si accorge più della presenza dello sposo. L’anello da segno e incentivo d’amore si è tramutato, per la sposa, in tentazione e mezzo di rovina. E’ ciò che avviene quando il mondo, da mezzo per conoscere Dio ed elevarsi a lui, diventa il tutto, realtà chiusa in se stessa, autosufficiente, che non rimanda a nessuno sopra di sé. Pura immanenza, immediatezza e temporalità” (Raniero Cantalamessa, Un inno di silenzio, p. 94).
La tragica situazione nella quale l’uomo viene a trovarsi è descritta in modo molto incisivo dalla Scrittura: “Sviati, tradirono come i loro padri, fallirono come un arco allentato” (Salmo 77); “E’ piacevole all’uomo il pane procurato con frode, ma poi la sua bocca sarà piena di granelli di sabbia” (Proverbi 20, 17); “Avverrà come quando un affamato sogna di mangiare, ma si sveglia con lo stomaco vuoto; come quando un assetato sogna di bere, ma si sveglia stanco e con la gola riarsa” (Isaia 29, 8). Questa stessa tragica situazione è descritta nella letteratura spirituale di ogni tempo: “Era stato creato uomo, volle essere Dio; pretese ciò che non era, perse ciò che era” (Sant’Agostino, Discorso, 340/A); “La legge del peccato è violenza dell’abitudine. L’anima ne è trascinata e posseduta anche contro il suo volere. Meritatamente, perché volendo si è lasciata andare” (Sant’Agostino, Confessioni 7, 5, 12); “Sospiravo, ma mi teneva legato, non la catena altrui, bensì quella della mia volontà. Il nemico era padrone del mio volere e aveva, di questa sua padronanza costruita una catena, con cui mi teneva avvinto. Quando la volontà trasgredisce, ecco formata la passione, e mentre si serve alla passione, ecco formata l’abitudine, e mentre non si resiste all’abitudine, ecco formata la necessità” (Sant’Agostino, Confessioni 8, 5); “Il mondo promette le rose e poi dà le spine; Dio promette le spine e poi dà le rose” (Cristoforo Bonavino – Ausonio Franchi, dopo la conversione sul finire della vita); “Il peccato ci fa vivere alla superficie di noi stessi; rientriamo in noi stessi solo per morire ed è lì che ci aspetta” (Bernanos, Agenda, 24 gennaio 1948).
E non si dimentichi il peso delle piccole trasgressioni: “Che cosa importa se ti schiaccia il piombo oppure la sabbia? Il piombo è una massa compatta, la sabbia sono tanti piccolissimi granelli: ma il loro numero ti schiaccia! Anche i peccati possono essere come gocce. Ma non vedi come con tante piccole gocce possono gonfiarsi i fiumi e inondare le campagne? Gocce sottili, ma sono tante!” (Sant’Agostino, Sermone 56, 8, 9).

Questo sospetto sull’alleanza e il connesso invito all’uomo a liberarsi dei propri limiti percorrono in molte varianti la storia e caratterizzano anche il panorama del nostro tempo. Pensiamo, ad esempio, ai campi dell’estetica e della tecnica. L’estetica si pone questa domanda: che cosa può permettersi l’arte? La risposta sembra molto semplice. Essa può permettersi tutto quel che riesce a creare artisticamente e può avere una sola regola: se stessa, la capacità artistica. Così come esiste una sola mancanza contro di essa: l’errore artistico, l’incapacità artistica. Di conseguenza non esistono più libri buoni o cattivi, ma solo libri scritti bene o male, films fatti bene o male. Qui, a quanto pare, non contano il bene, la moralità, ma solo la capacità, il potere. Arte deriva infatti dal latino “ars” che significa abilità, capacità. Tutto il resto è violenza. Sembra chiaro. Ma se siamo coerenti, ciò significa che qui esiste uno spazio in cui l’uomo può ergersi al di sopra dei propri limiti. E ciò significa che misura dell’uomo è solo il suo potere, non il suo essere, non il bene e il male.
Il significato di tutto questo lo si vede ancora meglio se consideriamo la tecnica o tecnologia. Anche il termine greco “techne” significa arte, abilità, capacità. Perciò ci si chiede anche in questo caso: che cosa può permettersi la tecnica? E spesso la risposta è molto chiara, almeno nella prassi: essa può permettersi tutto quello di cui è capace e l’unico errore che essa conosce è l’errore tecnico. Si pensi, solo a titolo esemplificativo, al campo delicatissimo della bioetica e dell’ingegneria genetica. Le argomentazioni a favore di interventi che mettono a rischio l’uomo partono proprio da questa considerazione: “E’ tecnicamente fattibile? Dunque si faccia”. Eppure dalle conseguenze di questo principio, cui spesso si assiste sbalorditi e impotenti, dovremmo essere capaci di riconoscere che si tratta di un inganno di Satana, che vuole distruggere l’uomo e il mondo. Dovremmo capire che l’uomo non può mai rifugiarsi un mondo chiuso in cui egli diventa l’unica misura delle sue azioni. In questo modo egli non si rende libero, ma al contrario si schiera contro la verità e, di conseguenza, distrugge se stesso e il mondo. E’ stato scritto: “Se, con linguaggio di oggi, volessimo descrivere l’azione del peccato, potremmo dire che è paragonabile a quella dell’elettrolisi, cioè la disgregazione completa per effetto di una corrente continua: l’orgoglio”.
Questa è pertanto la realtà prima e fondamentale che emerge dalla storia di Adamo, sull’essenza della colpa umana e, quindi, su tutta la nostra esistenza. Si getta il sospetto sull’ordinamento dell’alleanza, sul Dio vicino dell’alleanza e, con lui, sui limiti del bene e del male, sulla misura intrinseca dell’essere umano e sulla creaturalità. Su questa base possiamo addirittura dire: il contenuto più profondo del peccato sta nel fatto che l’uomo nega la propria creaturalità, perché non vuole accettare la misura e i limiti in essa presenti. Egli non vuole essere una creatura, non vuole essere misurato, non vuole essere dipendente. Interpreta la propria dipendenza dall’amore creatore di Dio come “eteronomia” (una legge che si impone dall’esterno). Ma l’eteronomia è una schiavitù e dalla schiavitù bisogna liberarsi. Così l’uomo vuole diventare Dio stesso e dove tenta di fare questo tutto cambia. Cambia il rapporto dell’uomo con se stesso, e cambia il suo rapporto con l’altro: per colui che vorrebbe essere Dio anche l’altro diventa un limite, un rivale, una minaccia. Il rapporto con lui diventa un’incriminazione, una lotta reciproca, come illustra in modo eloquente il racconto del paradiso terrestre, quando descrive il drammatico dialogo tra Dio, Adamo ed Eva (Gn 3, 8-13). Infine cambia in maniera tale il rapporto con il mondo da divenire uno sfruttamento e un vero saccheggio. Così l’uomo che considera la dipendenza dall’amore supremo come una schiavitù e nega la propria verità – la propria creaturalità – non diventa libero, ma distrugge la verità e l’amore.

Qualche bella citazione ci aiuta a comprendere ancora meglio quanto ora affermato. André Gide, che possiamo definire un gigante della trasgressione, il 26 ottobre del 1917 consegnava al suo diario un’osservazione degna di nota: “E’ nel difetto dell’amore che ci attacca il Maligno”. Così ci appare logica la sua preghiera scritta il 22 ottobre dell’anno precedente: “Signore, togliete dal mio cuore tutto ciò che non appartiene all’amore”. La trasgressione come manifestazione dell’infrangersi dell’amore. L’amore come superamento della trasgressione nella libera consegna di se stessi nella verità di ciò che si è. Ascoltiamo Sant’Agostino, cercatore instancabile della verità sull’uomo: “Questa è la nostra libertà, assoggettarci alla verità” (De libero arbitrio, 2, 13).
Il peccato, ora lo si vede con chiarezza, è nella sua essenza rinuncia alla verità. L’uomo non diventa Dio trasgredendo alla sua legge; ne diventa una caricatura, uno pseudodio, schiavo del proprio potere che lo distrugge. Capiamo meglio anche il significato delle parole misteriose del racconto biblico: “Se ne mangerete (cioè, se negherete i vostri limiti, se rifiuterete di avere una misura), morirete” (cfr. Gn 3, 3). Esse significano: l’uomo che non riconosce i limiti del bene e del male, la misura intrinseca del creato, rinnega la verità. Egli vive nella menzogna e nell’irrealtà. La sua vita diventa un’apparenza e cade sotto il dominio della morte.
Tutto questo siamo chiamati ad applicarlo alla vita di ciascuno di noi e all’esperienza del peccato personale. La nostra quotidiana trasgressione alla legge di Dio e il rifiuto di consegnarci a lui nell’amore, in profondità manifestano quanto ora affermato: un rifiuto della creaturalità, della verità sulla nostra vita e il nostro essere nel mondo, dell’alleanza di amore che ci è proposta. Potremmo anche dire che la trasgressione personale è, in fondo, una mancanza di fede, intesa come fiducia nella parola che Dio ci rivolge e alla quale non diamo credito con tutto il nostro cuore e con tutta la nostra mente. Peccare, dunque, significa in qualche modo credere poco o non credere affatto. Trasgredire significa non credere e non credere a sufficienza all’amore che Dio ha per noi, prima ancora che essere una mancanza di amore da parte nostra verso Dio. Qualcuno ha detto che il peccato è un’oscurarsi della memoria: è proprio così, l’oscurarsi della memoria che Dio è amore e che la sua legge non può che essere legge di libertà perché corrispondente alla nostra verità più intima. Così per noi il cammino verso la libertà è intrapreso nella misura in cui affrontiamo la lotta alla trasgressione, che non potrà mai essere considerata come emancipazione della nostra umanità, ma piuttosto come una sua riduzione in schiavitù.
Il nostro, allora, non può che essere “un elogio dell’obbedienza”, nel senso più pregnante che questo termine ha. Obbedienza che lungi da impedire il libero cammino dell’uomo nel mondo, ne garantisce la vera libertà perché nella verità e nell’amore. Obbedire significa “andare incontro a “. L’obbedienza è questo movimento che si esprime nel sì, spinge ad andare incontro al volere dell’altro che vi ha acconsentito, non in una sottomissione propria dello schiavo, ma nella gioia consapevole di un amore che ci raggiunge come dono.

Il peccato o trasgressione originale
Nel racconto della Genesi che stiamo considerando, a questa descrizione dell’essenza del peccato si aggiunge un altro tratto fondamentale. Il peccato non è descritto in termini generali, come possibilità astratta, ma come un dato di fatto, come il peccato di qualcuno, come il peccato di Adamo che sta all’inizio dell’umanità e da cui si diparte una storia di peccato. Il racconto ci dice: il peccato genera peccato e tutti i peccati della storia sono collegati tra di loro.. Per indicare questa situazione la teologia ha coniato l’espressione “peccato originale”. Che cosa significa “peccato originale” nella sua giusta accezione?
Per rispondere all’interrogativo siamo chiamati a considerare l’uomo nella sua più profonda identità. Nessun uomo è chiuso in se stesso, nessun uomo può vivere solo di sé e per sé. Riceviamo la nostra vita dall’esterno, e la riceviamo non solo al momento della nascita, ma ogni giorno. L’uomo ha il proprio sé non solo in se stesso, ma anche al di fuori di sé: vive in coloro che ama, in coloro di cui vive e per cui esiste. L’uomo, insomma, è relazione e ha la propria vita e se stesso solo nel modo della relazione. Da solo io non sono affatto me stesso, ma lo sono soltanto nel tu e mediante il tu. Essere veramente uomo significa stare nella relazione dell’amore, del da e del per. Invece il peccato significa turbare o distruggere la relazione. Il peccato è negazione della relazione perché vuol fare dell’uomo Dio. Il peccato è perdita della relazione, turbamento della relazione e per questo non è rinchiuso a sua volta unicamente nel singolo io. Se turbo la relazione, questo fatto – che è il peccato, la trasgressione – inficia anche gli altri poli della relazione, inficia in qualche modo il tutto. Per questo il peccato significa sempre peccaminosità che colpisce sempre anche l’altro, trasforma e turba il mondo.
Data questa situazione, possiamo dire: se la struttura relazionale dell’umanità è turbata fin dall’inizio, ogni uomo entra da allora in poi in un mondo caratterizzato dal turbamento delle relazioni. Con il fatto stesso di essere uomo egli viene a trovarsi in un mondo turbato dal peccato. Ognuno di noi finisce in un intreccio in cui le relazioni sono falsate. E ognuno, perciò, è turbato fin dall’inizio nelle proprie relazioni, non le riceve così come dovrebbero essere.
Questo fatto ci suggerisce alcune suggestioni. Anzitutto la ricaduta che ogni trasgressione dell’uomo ha sull’altro uomo e sul mondo intero. E’ un mistero di solidarietà negativa (come d’altronde quella positiva) sulla quale non si rifletterà mai abbastanza con stupore e tremore. Anche perché con la trasgressione non solo rendiamo meno liberi noi stessi, ma rendiamo meno liberi anche gli altri e contribuiamo alla schiavitù del mondo, se così si può dire. E poi, usando i termini in modo analogico e forse provocatorio, la vera trasgressione non è quella di colui che segue la legge scritta dalle origini nel cuore dell’uomo e del mondo, ma colui che si ribella a questa legge di schiavitù e, con la grazia di Dio, si sottopone alla legge dell’amore nell’obbedienza alla verità. Se dovessimo usare secondo questa accezione il termine trasgressione – e lo si può fare – dobbiamo essere trasgressivi! Lo dobbiamo essere con caparbietà, insegnare gli altri ad esserlo. I santi sono i più trasgressivi che la storia abbia mai conosciuto: perché sono stati totalmente dalla parte di Dio, dunque dell’obbedienza alla verità nell’amore e autenticamente liberi dalla spirale di schiavitù che soffia sul mondo.

3. La grande icona biblica della libertà: Fil 2, 5-11

L’impossibilità di salvarsi da soli
Quanto fin qui considerato ci dice anche che l’uomo non può redimersi da solo. L’esperienza umana al riguardo è ricchissima di attestazioni. E siamo noi stessi i primi a poter attestare la verità di questa affermazione. “Il peccato è una pietra che non ci leveremo mai di dosso; ed io sono dannato al peso eterno del dolore perché ho peccato gravemente” (Grazia Deledda, Elias Portolu). “Questo mi ha insegnato il ventre del mare. Che chi ha visto la verità rimarrà per sempre inconsolabile. E davvero salvato è solo colui che non è mai stato in pericolo. Potrebbe anche arrivare una nave, adesso, all’orizzonte, e correre fin qui sulle onde, e arrivare un istante prima della morte e portarci via, e farci tornare, vivi, vivi; ma non sarebbe questo che, davvero, ci potrebbe salvare. Anche se ritrovassimo mai una qualche terra, noi non saremo mai più salvi. E quel che abbiamo visto rimarrà nei nostri occhi, quel che abbiamo fatto rimarrà nelle nostre mani, quel che abbiamo sentito rimarrà nella nostra anima. E per sempre, noi che abbiamo conosciuto le cose vere, per sempre, noi figli dell’orrore, per sempre, noi reduci del ventre del mare, per sempre, noi saggi e sapienti, per sempre – saremo inconsolabili. Inconsolabili. Inconsolabili” (A. Baricco, Oceano mare).
Ecco la tristissima consapevolezza che oscura il cuore umano quando si rende più chiaro il peso insopportabile della trasgressione. E’ l’uomo oppresso e divenuto schiavo di ciò che ha visto e non doveva vedere, che ha fatto e non doveva fare, che ha sentito e non doveva sentire. In questo ci ritroviamo tutti, senza eccezione alcuna.
Eppure la redenzione e con essa la libertà è possibile. Possiamo essere redenti, divenire cioè liberi e veri, solo se smettiamo di voler essere Dio, solo se rinunciamo all’illusione dell’autonomia e dell’autarchia. Possiamo essere redenti, cioè diveniamo noi stessi solo se accettiamo le giuste relazioni. Ma le nostre relazioni dipendono dal fatto che la misura della creaturalità sia in ordine da tutte le parti; ed è qui precisamente che risiede il turbamento. Dato che le relazioni creaturali sono turbate, solo il Creatore stesso può essere il nostro Redentore. Possiamo essere redenti solo se colui da cui ci siamo allontanati torna di nuovo a noi e ci porge la mano. Solo quando si è amati si è redenti, e solo l’amore di Dio può purificare l’amore umano disturbato e restaurare una struttura di relazioni alienata fin dal suo fondamento.
Si pensi alla splendida esperienza spirituale di San Francesco, che ritrova in qualche modo la relazione armoniosa con il creato e con ogni prossimo proprio perché vive in maniera integrale la propria dipendenza da Dio, di cui si sente figlio amatissimo. In Francesco possiamo guardare il realizzarsi della trasgressione secondo Dio in antitesi con la trasgressione secondo il mondo e vedere un’umanità rinnovata nella verità e nell’amore e, dunque, veramente libera.

La grazia della salvezza
Così, il racconto della Genesi sull’inizio dell’uomo rimanda, pieno di interrogativi e di speranza, al di là di sé, verso colui in cui Dio ha donato a noi la salvezza. La risposta neotestamentaria al racconto della caduta nel peccato è sintetizzata nella maniera più breve e incisiva nell’inno che Paolo ha inserito nel capitolo secondo della lettera ai Filippesi: “Coltivate in voi questi sentimenti che furono anche in Cristo Gesù, il quale, essendo per natura Dio, non stimò un bene irrinunciabile l’essere uguale a Dio, ma annichilò se stesso prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini: ed essendo quale uomo, si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce. Per questo Dio lo ha sopraesaltato ed insignito di quel nome che è superiore a ogni nome, affinché, nel nome di Gesù, si pieghi ogni ginocchio degli essere celesti, dei terrestri e dei sotterranei e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre” (2, 5-11).
Non ci è possibile considerare in maniera dettagliata questo bellissimo inno; ci limitiamo a prenderlo brevemente in esame per la sua relazione con la storia della caduta nel peccato e nella trasgressione, cui allude chiaramente. Gesù Cristo percorre in senso inverso il cammino di Adamo. Diversamente da questi egli è veramente “come Dio”. Ma questo essere “come Dio”, questa uguaglianza con Dio è essere –Figlio e quindi totalmente relazione. “Il Figlio non fa nulla da se stesso”, dice Gesù nel vangelo di San Giovanni. Egli, dunque, non si aggrappa alla propria autonomia, alla illimitatezza del proprio volere e potere, ma percorre la via inversa: diventa totalmente dipendente, diventa servo. Percorrendo la via dell’amore egli può discendere fin nella menzogna di Adamo, fini nella morte e stabilire là la verità, dare la vita.
Così Cristo diventa il nuovo Adamo, con cui ha inizio la nuova umanità. Non più l’umanità dei trasgressori, vecchia e destinata alla morte, ma quella degli obbedienti nella verità e nell’amore, nuova e destinata alla vita. Non più la progenie degli schiavi, ma la progenie dei liberi e dei figli. Gesù Cristo, che è radicalmente relazione e rapporto – è il Figlio – rimette in ordine le relazioni. Le sua braccia spalancate sono relazione aperta, che sta sempre a nostra disposizione. La croce, il luogo della sua obbedienza, diventa così il vero albero della vita. Cristo diventa la figura opposta al serpente, come Giovanni afferma nel suo vangelo (Gv 3, 14). Da questo albero non discende la parola della seduzione, ma la parola dell’amore redentore, la parola dell’obbedienza, la parola di una fiducia senza confini nell’amore di Dio. La croce è l’albero della vita divenuto nuovamente accessibile, è il nuovo asse del mondo che gli permette si stare nuovamente in piedi. Così la croce è per noi la sorgente della libertà ed è il grande libro aperta sulla verità dell’uomo.
Per questo l’Eucaristia, quale presenza della croce, è l’albero permanente della vita, che sta in ogni tempo in mezzo a noi e ci invita a ricevere il frutto della vita vera. Partecipare all’Eucaristia significa per noi ogni volta ricevere la grazia della vita dei figli e, dunque, di una vita colma della verità di Cristo e della sua obbedienza nell’amore. Partecipare all’Eucaristia significa per noi ogni volta ricevere la forza per superare la trasgressione, quale atteggiamento da cui è affetta la nostra umanità a motivo del peccato. La trasgressione è la grande malattia dell’anima umana il cui rimedio è la grazia che proviene da Cristo Salvatore, dalla sua Croce, dall’Eucaristia. Perché ricevere l’Eucaristia, lo ripetiamo, significa ricevere il Signore crocifisso, la sua forma di vita, la sua obbedienza, il suo sì incondizionato e fiducioso, significa accettare la misura della nostra creaturalità. Significa, ancora, accogliere l’amore di Dio senza sospetti e negazioni, significa accogliere la nostra verità e la nostra dipendenza da Dio come fondamento della nostra vera libertà: perché la figliolanza, che è verità e amore, è libertà.
Dice il grande Agostino: “Nella casa del Signore libera è la schiavitù. Libera, poiché il servizio non l’impone la necessità, ma la carità…La carità ti renda servo, come la verità ti ha fatto libero…Allo stesso tempo tu sei servo e libero: servo perché ci diventasti; libero perché sei amato da Dio, tuo creatore; anzi libero anche perché ti è dato di amare il tuo creatore…Sei servo del Signore e sei libero del Signore. Non cercare una liberazione che ti porti lontano dalla casa del tuo liberatore” (Commento ai salmi 99, 7).

La “grazia” della trasgressione o del peccato
Alla luce di quanto affermato e delle due grandi icone bibliche, penso che ad ognuno sia possibile leggere le molte icone che il libro sacro ci lascia. In esse altro non troviamo se non un’attuazione in termini di vita concreta di ciò che, in proposito, le pagine della Genesi e della lettera ai Filippesi ci hanno illustrato. Come non leggere in questa luce, ad esempio, il racconto del grande peccato di Davide nell’Antico Testamento, o i racconti di Zaccheo, della Samaritana e dell’adultera nel Nuovo Testamento, come anche la parabola del figliol prodigo?
Ma ora conviene avviarsi alla conclusione, lasciando questa lettura all’approfondimento spirituale personale, e fare un accenno alla grazia nascosta anche nella trasgressione umana.
Parlare di “grazia” della trasgressione può sembrare strano. Eppure è così e la rivelazione biblica è unanime nel presentare la realtà triste del peccato anche sotto questo punto di vista, tanto grande è la misericordia di Dio nei confronti dell’uomo. “Felice colpa” ripetiamo la notte di Pasqua, proprio per sottolineare la grazia straordinaria che è scaturita dal primo peccato e per ricordare la grazia che può scaturire da ogni peccato.
E’ chiaro: a una condizione. La colpa va riconosciuta. Come è vero che la vera disgrazia spirituale non sta nel trasgredire, ma nel non riconoscere la propria trasgressione, peggio nel non ammetterla e nel mascherarla anche a noi stessi. “Nessuno vi seduca: il peccato peggiore è quello di non riconoscere i propri peccati” (San Cesario di Arles). E in positivo: “Di chi mi fugge, percuoto il dorso; ma il volto di chi verso di me ritorna, io illumino!” (Sant’Agostino). “La confessione del peccato giunge fino a distruggere, presso Dio, il ricordo del peccato” (San Gregorio Magno).
C’è un passo letterario molto bello, al riguardo, che mi piace segnalare. Lo ritroviamo nella stupenda opera di Hawthorne, “La lettera scarlatta”: “E’ chiaro il pericolo cui si esponeva il pastore offrendosi così all’indagine di un osservatore tanto sagace. Chi cela un mistero nella sua vita non dovrebbe mai legarsi d’intimità con un medico dotato di intuito penetrante e in grado di esercitare una forza di suggestione tale sul malato, che questi a un certo punto si trovi ad aver parlato quando credeva di aver pensato soltanto. Presto o tardi il paziente finirà col rivelare al medico anche il suo più geloso segreto”. Potessimo avere la grazia di un confessore e di un direttore spirituale così! Dobbiamo cercare un confessore e un direttore spirituale così! E se fosse possibile senza nascondere nulla: per la nostra salvezza e la nostra libertà.
Una volta riconosciuta e chiamata per noi la trasgressione, ecco aprirsi lo scenario della grazia che ne può derivare. Ascoltiamo Sant’Ambrogio: “La colpa ci giovò più di quanto non ci nocque, poiché essa diede occasione alla misericordia divina di redimerci” (De insitutione virginis, 104); “La mia colpa è divenuta per me il prezzo della redenzione, attraverso cui Cristo è venuto a me. Per me Cristo ha assaporato la morte. E’ più proficua la colpa dell’innocenza. L’innocenza mi aveva reso arrogante, la colpa mi ha reso umile” (De Jacob et vita beata, I, 21); “Noi che abbiamo peccato di più, abbiamo guadagnato di più, perché la tua grazia ci rende più beati della nostra assenza di colpa” (Commento ai salmi 37, 47).

Ascoltiamo ora il passo di una lettera indirizzata ai fedeli della diocesi di Vittorio Veneto da Mons. Albino Lucani: “A Pasqua, Dio aspetta. Un disperso che ritorna gli procura più consolazione che novantanove rimasti fedeli; data la sua infinita misericordia, mentre un peccato ancora da commettere va evitato a costo di qualunque sacrificio, il peccato già commesso diventa nelle nostre mani quasi un gioiello, che gli possiamo regalare, per procurargli la consolazione di perdonare. Proviamo! Si fa i signori. Quando si regalano i gioielli” (7 febbraio 1959).
E concludiamo riascoltando una stupenda pagina di Dostoevsky ne “I fratelli Karamazof”: “Non aver paura di nulla, non aver paura mai, e non ti far prendere dall’angoscia. Basta che il pentimento non ti s’indebolisca dentro, e Dio ti perdonerà tutto. Nel mondo intero non c’è e non ci può essere un peccato tanto grave, che il Signore non lo perdoni a chi se ne pente proprio di cuore. E non è possibile che l’uomo compia un peccato tanto tremendo, che dia fondo all’infinito amore di Dio. Può mai esistere un peccato tale, che sorpassi l’amore di Dio? Al pentimento sì, pensaci sempre, ma la paura scacciala via senz’altro. Abbi fede in Dio che ti ama tanto…Va’ dunque, e non temere”.
Aveva ragione Goethe quando diceva – e la cosa ci riguarda da vicino -: “Dove c’è molta luce, l’ombra è più nera”. E’ il dramma della Genesi. Ma è anche e ancora più vero che “dove l’ombra è più nera, c’è molta luce”. E questa è la grazia della salvezza in Cristo Signore, la grazia della nostra libertà che ci raggiunge anche nell’esperienza della trasgressione riconosciuta e perdonata.