Omelia – S. Messa di chiusura del Giubileo della Speranza

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Omelia – S. Messa di chiusura del Giubileo della Speranza

S. Messa di chiusura del Giubileo della Speranza in Diocesi
Tortona. Cattedrale

 

Al termine della processione iniziale mi sono soffermato un istante davanti all’immagine di Gesù Bambino, ho incensato l’immagine e, poi, l’ho guardata negli occhi. Mi sono venute alla mente le parole che abbiamo ascoltato oggi nella lettera dell’apostolo Paolo ai Colossesi: “Fratelli scelti da Dio, santi e amati”. Noi quest’oggi guardiamo Gesù e, mentre lo guardiamo, queste parole le ascoltiamo con tanta emozione, perché quando guardiamo Gesù, avvertiamo che queste parole sono per noi, da parte di Lui, da parte di Dio: «Tu sei scelto da me. Reso santo, salvato da me. Amato da me».

Che cosa ci può essere di più grande, straordinario, commovente di questo annuncio che sta al centro del Natale che abbiamo vissuto, che è stato al centro di questo Anno Giubilare, che sta al centro e al cuore della nostra fede? Lo capite? Siamo stati scelti da Lui. Siamo stati resi santi, salvati da Lui. Siamo stati amati da Lui.

Oggi, guardiamo Gesù, ci soffermiamo su Gesù perché non possiamo vivere senza queste parole, senza questa esperienza. Ed è proprio per questo motivo che concludiamo un anno nel segno della speranza, perché se siamo stati scelti, se siamo stati resi santi, se siamo amati dal Signore, noi abbiamo speranza. Questo, infatti, è l’unico fondamento dell’autentica e vera speranza per ciascuno di noi: essere nel cuore del Signore. E noi siamo, uno per uno, con il nostro volto, con la nostra storia, con le nostre ricchezze e povertà, nel cuore del Signore.

L’esperienza che abbiamo fatto durante quest’anno, che stiamo rinnovando anche adesso, e che ci porta al cuore della fede, come rende il volto della nostra Chiesa? E, di conseguenza, come desideriamo che sia il volto della nostra Chiesa, dopo un Anno Giubilare?

 

Il nostro desiderio, anzitutto, è che non mettiamo mai da parte Gesù. Abbiamo ascoltato nella pagina del Vangelo ripetersi per due volte – destinatario è san Giuseppe – questa parola: «Alzati. Prendi con te il bambino!» Giuseppe deve scappare, poi ritornare; viaggia, percorre lunghe strade, deve sfuggire alla persecuzione, ma col Bambino con sé, sempre. Giuseppe, in questo suo itinerario, è come l’immagine della Chiesa, che ha con sé sempre Gesù e se lo tiene stretto, lo prende con sé, non lo abbandona mai. Mai! Che la nostra Chiesa sia una Chiesa che non mette mai da parte Gesù, ma lo tiene sempre stretto al suo cuore!

Gesù lo possiamo mettere da parte, quando lo dimentichiamo e pretendiamo di vivere facendo a meno di Lui. Non è forse vero che questo a volte capita? Gesù lo dimentichiamo e lo perdiamo di vista, quando immaginiamo che la nostra fede sia, semplicemente, un insieme di valori, pur buoni, umani, perdendo di vista la loro radice, che dà a quei valori una straordinaria originalità, perché radicata nel cuore del nostro Salvatore. Gesù lo perdiamo di vista e lo dimentichiamo quando non è sulle nostre labbra, davanti al mondo, quando non è presente nella testimonianza della nostra vita, davanti al mondo, perché ci vergogniamo di essere suoi, di dire il suo nome, di testimoniare Lui con la nostra vita.

No! Questo noi non lo vogliamo! Il nostro desiderio è che la nostra Chiesa e la vita di ciascuno di noi, abbia al centro e al cuore, sempre, con fedeltà incrollabile, Gesù che è il nostro Tutto.

 

Desideriamo che la nostra Chiesa, al termine di questo Anno Giubilare, sia una Chiesa capace di rendere grazie a Dio. Abbiamo ascoltato la bella pagina dell’apostolo Paolo, nella quale egli fa tante raccomandazioni ai cristiani di Colossi. Ma al centro, quasi come perno portante delle sue raccomandazioni, ce n’è una che, a differenza delle altre, è accompagnata da un punto esclamativo: “E rendete grazie a Dio!”. Siamo una Chiesa che vuole rendere grazie al Signore, senza stancarsi, cantando nel cuore la gioia di appartenergli, la meraviglia per la Sua presenza, lo stupore per le grandi opere che Egli compie.

Non attardiamoci nei lamenti sterili, non guardiamo indietro, considerando gli errori che abbiamo compiuto! Non rimaniamo, stoltamente, su qualcosa che ha diviso la nostra realtà ecclesiale! Non trasciniamo dei pesi inutili che la storia ci ha conosciuto! Rendiamo grazie per le meraviglie che il Signore ha operato, sempre, nella nostra storia, per le grandi opere che non si è stancato di regalarci, anche attraverso gli inciampi, le cadute e gli smarrimenti.

Guardiamo a Lui, Gesù, che è presente e vivo nella vita della nostra Chiesa, presente e vivo nella vita di noi tutti, presente e vivo sempre, operante anche quando non ce ne accorgiamo. Apriamo gli occhi e, vedendolo vivo, risorto in mezzo a noi, cantiamo nel cuore e rendiamo grazie, senza stancarci mai! Perché sia evidente che, al centro della vita della nostra Chiesa, è presente il Signore Gesù, è decisivo che il cuore della nostra Chiesa renda grazie, cantando, esultando e gioendo, per la fede che la caratterizza e per lo stupore di appartenergli.

 

E, ancora, desideriamo che la nostra Chiesa, come abbiamo pregato all’inizio con l’orazione colletta, possa essere riunita insieme, nella casa di Dio, godendo. Godendo. Di quale godimento si tratta? È il godimento di essere nella casa del Signore, insieme; è il godimento della comunione tra di noi che apparteniamo al Signore; è il godimento di chi vive la fraternità, trovando nella fraternità il calore nuovo, inconcepibile per il mondo, che viene da quei legami che soltanto il Signore sa realizzare tra le nostre vite.

Godiamo della comunione, vivendo gli uni con gli altri con la gioia di vivere insieme, con la gioia di collaborare in amicizia, con la gioia di incontrarci e con la gioia di sentire che siamo davvero una comunità con l’altra. Viviamo gli uni per gli altri, con il desiderio di sostenerci reciprocamente, aiutandoci, pregando gli uni per gli altri, sapendoci perdonare, guardandoci con occhi che sanno cogliere la bellezza di ciascuno. E, poi, gli uni negli altri. Perché? Perché abbiamo un dono straordinario: siamo tutti accomunati da una stessa identica vita, che è la vita del Signore in noi. Lo capite che cosa è la Chiesa e chi siamo noi? Certo, molti volti, molte vite ma, in realtà, un unico volto, un’unica vita, quella del Signore che a noi è partecipata. C’è un’unica vita, che batte dentro di noi; c’è un unico volto che risplende sui nostri volti; c’è un unico cuore che palpita nei nostri cuori ed è Lui, il Signore. Ecco il fondamento della gioia della comunione.

Godiamo di vivere in comunione, godiamo di accrescere la comunione, godiamo di difendere la comunione, godiamo nel volerci bene, davvero.

 

Ecco il triplice dono che desideriamo per la Chiesa a Tortona, anche come frutto e a motivo del Giubileo che abbiamo vissuto. Non è questo l’esempio fulgido che la Santa Famiglia oggi ci dà? Quella santa famiglia che, piccola Chiesa, ha tenuto sempre al centro Gesù, senza distogliere lo sguardo da Lui, neppure un istante. Quella famiglia che ha vissuto continuamente in rendimento di grazie, sperimentando con gioia e meraviglia, la presenza e l’opera costante provvidente di Dio in lei. Quella famiglia che ha saputo godere di una comunione straordinaria tra i suoi membri.

Preghiamo, allora. E chiediamo la grazia che, in virtù anche di quanto abbiamo vissuto quest’anno nel Giubileo della Speranza, la nostra Chiesa e, di conseguenza, la vita di noi tutti, possa essere così: con Gesù al centro, con il canto della gratitudine nel cuore e nel godimento di una comunione vissuta e sperimentata.

Affidiamo tutto questo anche all’intercessione della Madonna. E rivolgiamo ancora una volta lo sguardo a Gesù, ascoltando quelle parole che accompagneranno il cammino nel tempo che ci attende: “Chiesa di Tortona sei stata scelta, sei stata resa santa, sei stata amata! Voi, che siete la Chiesa di Tortona, siete scelti, siete santi, siete amati!”

Che cosa possiamo volere di più?

Trascrizione