Il rumore, il brusio, che questa sera da fuori della chiesa cattedrale entra qui dentro, potrebbe essere motivo di qualche fastidio, ma in realtà non deve essere così, anche perché, probabilmente, il giorno di Pentecoste, gli apostoli, che erano radunati nel cenacolo, sentivano il rumore che saliva dalle strade di Gerusalemme e quel rumore non infastidiva la loro preghiera, anzi, la rendeva ancora più intensa. Perché? Perché capivano che quello Spirito, che attendevano e che sarebbe sceso su di loro, era donato perché potessero uscire ed entrare in quel rumore, per portare la gioia del Signore Risorto e del suo Vangelo.
Allora, questa sera, per noi, ascoltare il rumore che viene dalle strade del centro di questa città, significa ricordare che siamo qui non soltanto per noi stessi, siamo qui anche soprattutto per loro, per questi nostri fratelli e sorelle che sono fuori, perché siamo qui a invocare lo Spirito Santo perché scenda su di noi e ci renda capaci di portare sempre, a tutti, la bellezza e la gioia del Vangelo, la bellezza e la gioia dell’incontro con Gesù risorto, la bellezza e la gioia di essere figli amati da Dio, perché, in realtà, il mondo è orfano. È orfano dell’amore, perché è orfano di Dio e ha tanto bisogno di qualcuno che porti, nella gioia, l’annuncio di una figliolanza che salva la vita, perché la ama, donando tutto se stesso.
Dunque, questa sera, siamo qui, soprattutto, a invocare lo Spirito Santo, perché sempre di più ci renda consapevoli che abbiamo la grazia di essere figli amati e salvati; perché sempre di più ci faccia gustare la gioia e la bellezza di essere figli amati e salvati; perché sempre di più ci dia l’audace e il coraggio di portare la gioia e la bellezza di questa figliolanza in Dio, Salvatore innamorato dell’uomo, a tutti.
La nostra figliolanza, come ci ha ricordato san Paolo, da noi è vissuta ancora nel gemito perché siamo stati resi figli e noi sappiamo di essere figli, abbiamo tante esperienze che ci dicono che siamo figli, amati da Dio, perdutamente, eppure ancora gemiamo, perché vi sono in noi momenti di difficoltà e di oscurità, che non ci permettono di gioire fino in fondo di questa figliolanza, che è il senso vero della nostra vita. Allora, questa sera, noi invochiamo lo Spirito Santo, perché ci aiuti a superare questi gemiti, presenti nel nostro cuore; perché ci aiuti a gustare sempre di più il nostro essere figli; perché ci sostenga, in modo tale che non dubitiamo mai che Dio ha innamorato di noi e, con il suo amore di Padre, ci salva.
Lo Spirito Santo viene a noi con alcuni doni e la sua presenza in noi porta alcuni frutti. Vogliamo ricordarne alcuni, perché doni e frutti sono l’aiuto speciale con il quale lo Spirito Santo fa in noi battere il cuore di emozione e di commozione, al pensiero che siamo figli di Dio e lo siamo realmente.
Lo Spirito viene per donarci la sapienza, di questo anche ci ha parlato la pagina del profeta Gioele, quando si è espresso così: “Diventeranno profeti.” La profezia non è qualcosa che riguarda il futuro, la profezia è la sapienza, ovvero uno sguardo nuovo sulla vita e sulla storia, lo stesso sguardo di Dio che diventa nostro e ci fa dire che tutto è grazia e tutto è segnato dall’amore.
Quante volte siamo insipienti, perché viviamo le vicende della vita e del mondo con gli occhi oscurati e non ci accorgiamo che tutto è grazia, tutto è segnato dall’amore, tutto è provvidenza. Lo Spirito Santo viene a noi come dono, che ci dona la sapienza, ovvero la capacità di cogliere in ogni aspetto e istante della vita, la provvidenza amorevole di Dio, che tutto segna con il suo amore e che tutto conduce per il bene vero della nostra vita, che neppure noi conosciamo.
Che lo Spirito, stasera, scenda su di noi per farci passare dall’insipienza alla sapienza e, dunque, per gustare il nostro essere figli di un Dio innamorato di noi.
Lo Spirito Santo viene a noi come il dono della pietà. Che cosa vuol dire il dono della pietà? Vuol dire quel dono per il quale noi comprendiamo che la dipendenza da Dio non è una sciagura, ma è salvezza. Il contrario di pietà è empietà ovvero pretendere di essere slegati dal Signore e di essere autonomi da Lui e, qualche volta, ci accade di pensare di poter realizzare noi stessi recidendo quel legame fondamentale con il Signore, pretendendo di essere autonomi da quel Signore senza del quale, invece, siamo smarriti e perduti. Noi invochiamo lo Spirito Santo, questa sera, perché ci riempia con il dono della pietà, ovvero con quel dono a motivo del quale gustiamo la bellezza di dipendere da Dio e ci affidiamo a Lui, ci poniamo nelle sue mani, accogliamo il suo abbraccio, in modo tale da poter gustare la bellezza di essere i figli di un Dio che è innamorato di noi.
Lo Spirito Santo che si rende presente nella nostra vita diventa in noi frutto. Di che cosa? Di amore, di gioia e di pace, di amore.
Lo abbiamo ascoltato nel versetto che ha accompagnato il canto dell’Alleluia: “Accendi in essi il fuoco del tuo amore”. Sì, lo Spirito Santo accende in noi il fuoco dell’amore, di quell’amore che apre il cuore, lo spalanca su orizzonti infiniti, non soltanto perché ci apre all’amore che Dio ha per noi, ma anche perché apre il nostro cuore a un amore nuovo nei confronti dei fratelli e delle sorelle, che sono attorno a noi e, anche così, ci fa gustare la bellezza e la gioia di essere figli di un Dio innamorato di noi.
Il frutto della gioia. Quante volte siamo tristi e appesantiti, quante volte i nostri volti sono oscurati e annebbiati, quante volte il nostro volto è velato da un qualcosa che non fa intendere letizia, gioia, beatitudine… Lo Spirito viene a noi perché in noi sia la sua gioia, la gioia vera, la gioia di coloro che si riconoscono figli di un Dio perdutamente innamorato di noi e, poi, il frutto della pace.
Abbiamo ascoltato nella pagina della Genesi parlare di un’unica lingua, quante volte, invece, parliamo lingue diverse e le nostre vite sono distanti le une dalle altre, le nostre vite sono in discordia le une con le altre, la nostra comunione è quotidianamente ferita da una incapacità a volersi bene davvero. Lo Spirito Santo viene a noi perché possiamo gustare la bellezza della pace, della comunione, dell’unità, dell’essere insieme davvero, sempre e comunque, facendoci così gustare la bellezza di essere figli di un Dio che è innamorato di noi.
Questa sera, noi invochiamo, con tanta fiducia, con tanta fede, lo Spirito Santo e gli diciamo: «Vieni, Santo Spirito, come dono di sapienza, vieni, Santo Spirito, come dono di pietà, vieni, Santo Spirito, e fai fruttificare in noi l’amore, la gioia, la pace. Vieni, Santo Spirito, e facci gustare la bellezza esaltante di essere figli di Dio, di un Dio che è innamorato di noi, di un Dio che non si scorda mai di noi, di un Dio che è provvidenza infinita sulla nostra vita, di un Dio che ci custodisce, istante dopo istante, nel suo cuore eterno e infinito».
Iniziando la celebrazione, abbiamo pregato così: “Rifulga in noi lo splendore della gloria di Dio, Gesù Cristo”. Se noi, davvero, con la forza dello Spirito Santo gustiamo e viviamo la bellezza e la gioia di essere figli di Dio, allora, lo splendore della gloria di Dio, che è Gesù Cristo, rifulge nella nostra vita ed è questo che noi desideriamo: che la bellezza di questa figliolanza, la presenza di Gesù Cristo in noi, risplenda, rifulga nella nostra vita, in mezzo al mondo.
Siamo entrati in questa chiesa cattedrale attingendo con le nostre candele al fuoco del braciere, segno dello Spirito Santo, usciremo e, ancora, ci ritroveremo attorno a questo fuoco, che è segno dello Spirito Santo. Quel fuoco, che portiamo anche nelle nostre mani, ci ricordi quella preghiera bellissima, che sta al cuore di questa celebrazione vigilare. Diciamola dentro di noi: “Rifulga in noi lo splendore della gloria di Dio, Gesù Cristo. Santo Spirito donacelo!”. Che rifulga lo splendore della gloria di Dio in noi, Gesù Cristo, questa sera e sempre.
+ Guido Marini
Vescovo di Tortona
Trascrizione da registrazione audio
