Tortona
Carissimi fratelli e sorelle, carissimi amici nel Signore
Chiesa tanto amata che vivi in Tortona e che sei una meraviglia!
- “In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo…” (Lc 10, 21). Sono le parole che abbiamo ascoltato oggi nella pagina del vangelo di Luca. Potessimo gustarle in tutta la loro bellezza! Gesù esulta di gioia! Lo capiamo? Gesù è felice, anzi felicissimo! Potremmo affermare che non sta nella pelle per la gioia che va provando. Per quale ragione? Lo Spirito Santo, che è presente in Lui, mette sulle Sue labbra espressioni di esultanza, rivelando così anche a noi quanto Egli prova in quel momento nel proprio cuore: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Lc 10, 21).
Pensava forse anche a noi, il Signore, in quel momento? Senza dubbio. Ma prima ancora che a noi, Egli pensava a Sé stesso. Gesù, infatti, è il vero piccolo, perché è il Figlio per antonomasia, il Figlio di Dio. La Sua dignità divina ci parla di Lui come del “bambino perenne”, la cui eterna dipendenza filiale dal Padre corrisponde alla Sua eterna grandezza. Gesù, pertanto, anzitutto gioisce per Sé, perché a Lui, piccolo, è stato dato tutto dal Padre. In tal modo, di conseguenza, gioisce anche per noi ai quali, associati a Lui, è stato rivelato il mistero di Dio e del Suo amore, il mistero della salvezza in Cristo.
Fermiamoci un attimo. È importante. Non è forse vero che, a volte, il nostro linguaggio tradisce una volontà diversa e una postura spirituale che nulla ha a che vedere con il Vangelo ascoltato? Penso a quando dichiariamo di essere o voler essere cristiani “adulti”. In questa espressione, se ben intesa, vi può essere qualcosa di vero, non c’è dubbio. Siamo tutti chiamati, infatti, a divenire adulti nella fede. Ma che cosa significa essere adulti nella fede? Significa diventare piccoli come i bambini, alla maniera di Gesù. Altrimenti “diventare adulti” è solo un’espressione infelice, che tradisce il cuore dell’annuncio evangelico, rivelando la stolta pretesa di emancipazione dalla nostra straordinaria vocazione a essere figli di Dio, nella Sua Chiesa.
E se non diventeremo piccoli, neppure potremo essere davvero felici! Perché? Perché avremo mortificato lo Spirito Santo. Quello Spirito che in noi, senza stancarsi, continua a fare risuonare il dolcissimo nome di “Abbà” – Papà, per convincerci che il mistero di Dio e della nostra vita salvata consiste proprio nel farci piccoli e bambini: riconoscendo la grazia della nostra salvezza nel Signore Gesù, la bontà della nostra dipendenza dal Suo amore, la verità del nostro essere totalmente Suoi.
Prendiamone atto. Se non siamo gioiosi e felici, è perché non prestiamo ascolto alla voce dello Spirito Santo. Se non siamo gioiosi e felici, è perché pretendiamo di essere grandi e di salvarci da soli. Se non siamo gioiosi e felici, è perché, anche senza saperlo, rifiutiamo di lasciarci davvero abitare da Gesù, il Figlio per antonomasia, e Gesù non è il cuore della nostra vita.
Mettiamoci, allora, alla scuola di sant’Ambrogio e facciamo nostre le sue parole: “Siamo tutti del Signore e Cristo è tutto per noi: se desideri risanare le tue ferite, Egli è medico; se sei angustiato dall’arsura delle febbre, Egli è la fonte; se ti trovi oppresso dalla colpa, Egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, Egli è la potenza; se hai paura della morte, Egli è la vita; se desideri il Paradiso, Egli è la via; se rifuggi le tenebre, Egli è la luce; se sei in cerca di cibo, Egli è il nutrimento” (De Virginitate, 16, 99).
“Siamo tutti del Signore e Cristo è tutto per noi”. Gesù vuole che esultiamo anche noi di gioia nello Spirito Santo! Invochiamo, dunque, lo Spirito di Dio, perché ci renda esultanti a motivo del nostro essere piccoli, proprio come Gesù, nelle braccia del solo Grande, “Altissimo, Onnipotente e buon Signore”, come direbbe san Francesco, che ricordiamo in quest’anno, VIlI centenario del suo transito da questo mondo a Dio, nella vigilia della festa.
- Qualcuno di voi, ora, forse starà pensando: “Tutto questo è bello e vero. Ma oggi inizia ufficialmente un nuovo anno pastorale. Quale piano pastorale ci verrà proposto? A quale piano pastorale dovrà attenersi la nostra Diocesi?”.
Vedete, proprio di recente, mi è ritornato alla mente il giorno nel quale, da poco arrivato a Genova come nuovo Arcivescovo, il cardinale Dionigi Tettamanzi aveva incontrato il clero della Diocesi per la prima volta. Eravamo in Seminario, nel grande teatro, sede ordinaria degli incontri del Vescovo con i suoi sacerdoti. Tutti aspettavamo con curiosità di sapere quale piano pastorale il nuovo Arcivescovo avrebbe presentato alla Chiesa di Genova. In realtà, il Cardinale ci fece rimanere tutti stupiti. Egli, infatti, esordi così: “Immagino che siate in attesa di conoscere il piano pastorale del vostro nuovo Vescovo. In verità non ho proprio alcun piano pastorale da proporvi”. Stette, a questo punto, qualche istante in silenzio. Poi proseguì, dicendo: “La Chiesa non ha bisogno di piani pastorali. Il piano pastorale c’è già ed è sempre lo stesso: Gesù e il Suo Vangelo. Su questa strada cammineremo”.
Riprendendo le ipotetiche domande a cui ho inteso prima dare voce – “Quale piano pastorale ci verrà proposto? A quale piano pastorale dovrà attenersi la nostra Diocesi?” – la mia risposta è ancora oggi quella che, allora, diede il cardinale Tettamanzi ai sacerdoti di Genova: il nostro piano pastorale è Gesù, il nostro piano pastorale è il Vangelo! Oggi, come ieri e come sempre!
Lo sapete bene, non è una novità. Lo vado affermando con profonda convinzione fin dal mio ingresso a Tortona, così come all’inizio di ogni anno pastorale, facendolo risuonare continuamente nella mia predicazione e nella mia azione di pastore: “Nulla è meglio di Gesù Cristo!”. E, per riprendere i titoli delle lettere indirizzate ogni anno alla Diocesi, ancora una volta dico a me e a voi: “Senza di Lui non possiamo fare nulla”, “Custodi dell’essenziale e meravigliati da Gesù”, “In Gesù Cristo è ogni nostra speranza”, “Respirate sempre Cristo”.
Abbiamo, poc’anzi, ricordato san Francesco. Riascoltiamo quanto diceva Tommaso da Celano, nella celebre biografia dedicata al Santo di Assisi: “Lo sanno molto bene i frati che vissero con lui, come ogni giorno, anzi ogni momento, affiorasse sulle sue labbra il ricordo di Gesù; con quanta soavità e dolcezza gli parlava, con quale tenero amore discorreva con lui. La bocca parlava dalla pienezza del cuore, e quella sorgente di illuminato amore, che lo riempiva dentro, traboccava anche di fuori. Era davvero molto occupato con Gesù. Gesù portava sempre nel cuore, Gesù sulle labbra, Gesù nelle orecchie, Gesù negli occhi, Gesù nelle mani, Gesù in tutte le altre membra” (Vita Prima, 115).
Qui c’è ogni autentico piano pastorale, perché qui c’è il cuore del Vangelo. Se le parole riferite a san Francesco fossero vere anche per noi, per ognuno di noi! Se tutti noi fossimo così innamorati del Signore, incontrato risorto e vivo nella nostra vita, introdotto nella totalità della nostra esistenza, testimoniato e annunciato con il cuore in festa e con ardore, reso visibile e attraente in virtù di una nostra trasformazione evangelica operata dalla grazia di Cristo, che fa di noi tutti £un cuore solo e un’anima sola”! Se questo accadesse! Allora sì: la Chiesa che è a Tortona si ritroverebbe pienamente in quel mistero della luna, tanto caro ai Padri della Chiesa e immagine suggestiva della sua vera vocazione: rifletterebbe nel mondo la luce del Signore, la Luce che è il Signore. E il vero e unico piano pastorale sarebbe realizzato.
Noi, invece, rischiamo di oscurare la luce di Cristo con la molteplicità dei nostri progetti, con la crescita esponenziale delle nostre riunioni, con il moltiplicarsi delle nostre opere, con la fiducia riposta nelle nostre strutture, con la preoccupazione assillante di adattarci al mondo per essere ascoltati e accolti nei suoi salotti, con la nostra insipiente presunzione di ritenere le nostre attività più importanti della nostra preghiera. Mi verrebbe da dire che corriamo il pericolo di essere cristiani senza Cristo, attivisti del fare avendo perso di vista Colui che è il Vangelo vivente, il Risorto presente in mezzo a noi. E così rischiamo di essere insignificanti, una luna oscura, sulla quale la luce del vero Sole non si riflette più e che diviene incapace di trasmettere la Luce che salva al mondo.
Lo scorso mese di maggio, in occasione dell’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana, insieme ai Vescovi italiani, in qualità di invitato, era presente un Vescovo francese. Gli era stato chiesto di illustrare in Assemblea il fenomeno imprevisto e imprevedibile, nella Francia di oggi, di migliaia di adulti non battezzati – chiamati dai francesi “ricomincianti” – che richiedono ogni anno il sacramento del Battesimo. Nella sua esposizione il Vescovo ha fatto un’affermazione che ha colpito tutti i presenti. Diceva: “In Francia abbiamo avviato nel tempo molti percorsi di evangelizzazione, ci siamo attrezzati in vari modi per la missione. Ma la sapete una cosa straordinaria? Nessuno di questi cosiddetti “ricomincianti” ha trovato o ritrovato la fede per il tramite di queste nostre iniziative. Tutti costoro hanno incontrato il Signore per le vie misteriose della Sua grazia, nella quotidianità della loro vita: incontri, fatti, ispirazioni interiori…”.
Lo capite? Vogliamo scuoterci dalla nostra malattia spirituale e pastorale di immaginare che le nostre attività possano essere il rimedio all’assenza di Dio nella vita di tanti nostri fratelli e sorelle? Quanto siamo stolti! Quanto siamo tardi a capire! Certo, siamo chiamati a pensare, con il cuore animato dalla passione d’amore per il Signore e per la salvezza del mondo, che cosa possiamo fare e come lo possiamo fare. Ma senza immaginare che il futuro della Chiesa dipenda da questo. Perché il futuro della Chiesa dipende dallo spazio che sapremo dare a Dio in tutto, al primato accordato alla Sua presenza e alla Sua opera, alla centralità che la preghiera avrà nella nostra vita personale e comunitaria, alla luce che nella quotidianità della nostra esistenza sapremo trasmettere a quanti incontreremo sul nostro cammino, perché ricolmi dell’amore del Signore.
Che cosa sarebbe, infatti, un nuovo anno pastorale se Gesù e il suo Vangelo non ne fossero il cuore? Quale cammino sarebbe mai in grado di indicare il calendario diocesano? Quale frutto ne deriverebbe dalla Visita pastorale ancora in corso? Quale ragione motiverebbe il cammino dei nostri vicariati e della comunità pastorali? Quale significato avrebbe il percorso di catechesi agli adulti ancora quest’anno avviato? Potremmo proseguire, ma…
Lasciamoci, piuttosto, scuotere dal nostro san Luigi Orione: “Miei figli, viviamo in Gesù, perduti nel Suo cuore, …, piccoli, piccoli… Viviamo di Gesù, come bambini tra le Sue braccia e sul Suo cuore…; viviamo per Gesù, tutti e tutto per Gesù, niente fuori di Gesù, niente che non sia Gesù, che non porti a Gesù, che non respiri Gesù” (Lettere, vol. II, p. 154).
- “Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono” (Lc 10, 24). È il Vangelo di oggi. Gesù, ancora, parla di Sé, della salvezza in Lui, dal Padre donata al mondo. Anche oggi molti vorrebbero vedere ciò che noi, per grazia, possiamo guardare: Lui, il Salvatore! E molti anche vorrebbero udire ciò che noi, per grazia, possiamo ascoltare: Lui, il Salvatore!
Ma se Lui, il Salvatore, non è al centro del nostro cuore, della nostra vita, della nostra parola e della nostra testimonianza, come potranno vederlo e ascoltarlo?
Un racconto dei Padri del deserto può essere molto istruttivo, da questo punto di vista. «Un giovane monaco si recò un giorno nel deserto da un padre anziano. Arrivando presso il luogo nel quale l’anziano aveva la propria dimora, lo trovò sdraiato sulla sabbia, in atto di ascoltare qualcosa presente nel terreno. Il giovane, un po’ sorpreso per aver trovato l’anziano in quell’atteggiamento singolare, gli chiese: “Padre, che cosa stai facendo?”. L’anziano rispose: “Sto ascoltando”. Il giovane riprese: “Che cosa stai ascoltando?”. L’anziano replicò: “Sto ascoltando il deserto che piange”. Non del tutto ancora soddisfatto, il giovane domandò nuovamente: “Perché il deserto piange?”. L’anziano rispose, concludendo il dialogo: “Piange perché non può essere un giardino fiorito”».
Quanti deserti ci sono nel nostro mondo! Quante vite divenute deserti! Quante storie umane parlano di drammatiche arsure! Eppure ogni deserto umano non può sopportare di restare tale. Ciò che è deserto anela a diventare giardino fiorito e, se non vi riesce, piange e dispera. In realtà, lo sappiamo bene, ogni deserto, che lo riconosca o no, chiede l’acqua viva che è Gesù, l’unica sorgente d’acqua che dona la Vita vera.
Tornando all’anziano padre del racconto, ciascuno di noi è chiamato ad ascoltare con attenzione il cuore dell’uomo, a raccoglierne il pianto, a riconoscere quel desiderio di acqua viva, di salvezza autentica che solo Gesù può donare. Ma sarà mai possibile questo, se Cristo non è tutto per noi? Se in tutto ciò che siamo e operiamo Gesù non è all’origine, al centro e alla fine? Il mondo non ci chiede altro, perché, di altro, non ha davvero bisogno. Chiediamo la grazia di saper entrare in sintonia con ogni lacrima umana, annunciando Gesù e il Suo Vangelo, non servendoci di Gesù per annunciare altro da Lui.
- “Comprendo che tu puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile” (Gb 42, 2). Al termine di una vicenda drammatica e di un dialogo intensissimo a più voci, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, Giobbe riconosce che, al di là degli accadimenti umani, c’è un disegno di Dio che supera ogni nostra possibilità di comprensione. Un disegno che, sempre, è per il bene, il bene più grande che solo Lui conosce.
All’inizio di un nuovo anno pastorale, desidero incoraggiare tutti ad assumere sempre di più quello sguardo di autentica fede che, perdendosi meravigliato nel mistero dell’amore di Dio, può affermare con san Paolo che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28), sia a livello personale sia a livello ecclesiale.
Che cosa accadrà nella nostra vita? Che cosa ci riserverà il nostro cammino comunitario? Di una cosa siamo certi: “Siamo nelle mani di Dio e, pertanto, siamo in buone mani”, come era solito affermare il santo Papa Giovanni XXIII. E tutto, proprio tutto concorrerà al nostro vero bene, che neppure noi conosciamo, ma che il Signore ben conosce. Ed è per questo che viviamo sereni, gioiosi, senza paura, con il volto raggiante e il sorriso sulle labbra, ancorati alla vera speranza, che è certezza dell’avverarsi del disegno provvidente del Signore sulla nostra vita e sulla vita della nostra Chiesa. Anche questo significa essere piccoli. Anche questo significa essere di Gesù, considerandolo il Tutto della propria vita.
Qualche tempo fa, ho avuto modo di leggere una breve testimonianza rilasciata dal servo di Dio don Oreste Benzi. Egli ricordava una sua particolare esperienza, avuta quando era bambino. Spesso si ritrovava a casa da solo con la sua mamma, che era casalinga. Alla mamma piaceva lavorare al telaio. Quando questo accadeva, il piccolo Oreste si disponeva per terra ai suoi piedi e la osservava lavorare. Dal basso, guardando verso l’alto, incrociava con lo sguardo il telaio rovesciato, vedendo la parte dell’ordito pieno di fili annodati e aggrovigliati. Così ogni tanto egli chiedeva alla mamma che cosa stesse facendo. La mamma, allora, con un bel sorriso gli rispondeva: “Vedrai! Vedrai!”. Arrivava, poi, il momento in cui la mamma, terminato il lavoro, girava il telaio. All’improvviso, il piccolo Oreste poteva osservare, con grande meraviglia, che quell’ordito pieno di fili disordinati, in realtà, si era trasformato in un disegno bellissimo. Quell’esperienza di bambino, don Oreste l’avrebbe ricordata per tutta la vita, commentandola a volte con le parole del grande scienziato Albert Einstein: “L’apparente disordine è un infinito ordine”.
Qualche volta anche noi vediamo l’ordito della vita dal basso e dalla parte rovesciata del telaio. E non capiamo. Sia personalmente sia come popolo di Dio. L’apparenza ci sembra disordine. Ma una voce risuona nel nostro cuore, e con amore infinito sussurra: “Vedrai! Vedrai!”. È la voce del Signore che ci rassicura sempre. Ci rassicura con il Suo amore; ci aiuta a credere che un infinito ordine è la vera trama della vita; ci invita a non avere timore, mai, perché Egli ha in mano ogni cosa e di tutto si serve per realizzare il disegno bellissimo di provvidenza e di salvezza.
Oggi è un nuovo giorno, inizia il nuovo anno pastorale. Oggi è un nuovo giorno, “siamo del Signore e Cristo è tutto per noi”. Oggi è un nuovo giorno: il “giorno del nostro cuore è Lui, il Signore” (Sant’ Agostino, Discorso n. 187, 4).
Trascrizione