Omelia – Domenica II del Tempo Ordinario

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Omelia – Domenica II del Tempo Ordinario

Coro Suore Neve Pegli

Omelia
Mio intento, quest’oggi, è quello di raccogliere alcuni suggerimenti dalla Parola di Dio per la riflessione personale e, nello stesso tempo, di far discendere da questi suggerimenti alcune indicazioni per vivere in modo più autentico il canto liturgico. Infine proverò a dare un orientamento che credo utile proprio per meglio vivere l’esperienza del canto sacro, cioè del canto proposto all’interno dell’assemblea liturgica.

Abbiamo ascoltato, nella prima lettura tratta dal profeta Isaia (49, 3.5-6), pronunciare il termine “servi”, riferito da Dio agli uomini: non per ribadire una realtà spirituale propria dell’uomo, quanto piuttosto per indicare che l’uomo è chiamata a vivere in un atteggiamento diverso nei confronti di Dio. Questo atteggiamento è quello proprio di un figlio. Ma che cosa significa questo? Significa che il nostro rapporto con Dio deve caratterizzarsi per la fiducia, la confidenza, l’amore, e non per il timore, il distacco, la sottomissione servile. Insomma: il Signore ci ha fatti suoi figli e vuole che ci relazioniamo a lui come figli, profondamente amati, protetti, aiutati in ogni istante della vita. Quale ricaduta ha questo fatto sul nostro canto? Cantare è proprio di chi è figlio e si comporta da figlio. Nel senso che con il canto si esprime la gioia per l’esperienza bella dell’incontro con un Dio che ci ama. Cantare è allora per noi un modo significativo per vivere l’esperienza di un figlio che si rivolge a Dio con il linguaggio tipico di ogni rapporto di fiducia, di intimità e per esprimere il proprio amore.

Nella seconda lettura (1 Cor 1, 1-3) San Paolo ci ha ricordato che tutti siamo chiamati alla santità. E’ proprio così: il Signore vuole da noi non una vita cristiana mediocre, ma una vita cristiana dalla misura alta e significativa. E il canto, che cosa c’entra con questo? Il canto sta alla parola detta, come una vita di santità sta a una vita mediocre. Quando cantiamo, allora, esprimiamo anche una volontà precisa: quella per la quale desideriamo che tutta intera la nostra vita non sia solo una parola parlata, ma una parola cantata: cioè una vita di santità.

Ancora un pensiero a partire dalla pagina del Vangelo di Giovanni (1, 29-34). Giovanni Battista indica Gesù che sta venendo verso di lui dicendo: “Ecco l’Agnello di Dio”. Con la sua parola convince molti a seguire Gesù, da lui indicato come il salvatore del mondo e di ciascuno. Noi siamo chiamati a indicare al mondo, a partire dagli ambienti nei quali viviamo e dai nostri coetanei, che Gesù è il vero senso della vita, è colui che davvero e per sempre è capace di riempire il nostro cuore donandoci gioia vera, luce per il cammino, speranza e amore. E il canto? Per noi il canto può essere e deve essere un modo per indicare la bellezza della vita cristiana a quanti incontriamo durante il nostro cammino. Certamente durante le celebrazioni. Ma anche nella vita di ogni giorno: e questo nella misura in cui la nostra vita è un vero e proprio canto, cioè una vita di santità.

Avete ascoltato?
Tre suggerimenti che ci ha fornito la Parola di Dio e tre conseguenze molto pratiche per il nostro impegno nel canto sacro.

Ora concludo, con il rilievo che avevo preannunciato all’inizio dell’omelia. Durante la celebrazione pensavo che la riuscita di un canto non sta solo nella preparazione tecnica dello stesso. Sta anche in questo, certo; ma soprattutto nell’atteggiamento del nostro cuore, che deve comportarsi da cuore profondamente religioso. Posso essere tecnicamente perfetto, ma se la mia voce non esprime la preghiera il canto sacro non sarà mai all’altezza di quello che deve essere. Insomma: il vero cantore è colui che mentre canta parla con Dio, che mentre canta prega. Non è forse vero, come diceva Sant’Agostino, che chi canta prega due volte? Da qui un richiamo alla vita spirituale: cresciamo nella vita spirituale nella misura in cui il nostro sguardo si allontana da noi per concentrarsi su Dio. Proprio come nel canto, che è davvero bello se guardiamo a Dio più che a noi stessi, così nella vita siamo davvero belli nella misura in cui guardiamo a Dio più che a noi stessi.

(sintesi del parlato)